I temi: Relazioni industriali a confronto / Manifattura e territorio / Sindacato e ricerca. L'intervista: Laura Pennacchi
Mentre questo numero della rivista andava chiudendosi è accaduto, nel cuore dei territori ai quali questo progetto editoriale si è da sempre riferito e in relazione ai quali misura e riflette processi più globali e deterritorializzati, un terribile terremoto. Avremmo dovuto parlare d’altro, in questo editoriale. La discussione sulla crisi, il modo in cui questa si riflette sugli equilibri politici, l’esigenza di andare alla ricerca di orizzonti della convivenza sociale innovativi rispetto a quanto fin qui sperimentato, l’urgenza di ridisegnare profondamente il rapporto tra la dimensione economica e quella non economica della vita collettiva e molto altro. Insomma, avremmo dovuto fare il nostro consueto lavoro, quello di inseguire i modi in cui evolve il rapporto tra rappresentazioni e rappresentanza, per dirla con le parole dell’editoriale precedente, produrre e raccogliere analisi e indagine attenta delle diverse articolazioni e dei diversi terreni in cui questa evoluzione prende forma, si incaglia o si intensifica. Invece, questo drammatico evento colpisce violentemente il corso delle nostre attività. Ci costringe, in modo improvviso, a fare i conti con la nostra fragilità, con la nostra vulnerabilità, con i nostri limiti cognitivi e pratici. Ci rammenta le priorità che dobbiamo avere, l’instabilità anche di ciò che ci è essenziale. Ci mette sotto gli occhi, con brutalità, il nostro essere sempre situati, lo spessore irriducibile del nostro rapporto con i luoghi, con ciò che nei luoghi si sedimenta nel corso del tempo, il complesso intreccio tra le nostre identità (individuali e collettive), i rapporti sociali di cui esse si alimentano e gli spazi materiali in cui questo stesso intreccio prende forma. Una complessità che il gesto imprevedibile della terra semplifica con brutalità e nei casi più drammatici azzera; una complessità che invece occorre ricostruire, coltivare, proteggere, perché di complessità si alimenta il nostro vivere insieme.
Una sospensione del corso delle nostre pratiche consuete, dunque. Una interruzione, una deviazione inattesa e indesiderata. E tuttavia, è difficile sottrarsi alla forza simbolica di quanto accaduto: dei ventotto morti che questo terremoto ha fatto, nel corso delle sue diverse ondate, più della metà sono morti sui luoghi di lavoro. Anche in questo caso, anche nella cieca violenza di un fatto che superficialmente possiamo definire naturale (ma che certo non lo è nei suoi esiti), è il lavoro, è l’attività quotidiana e necessaria di uomini e donne a risultare più esposta. In diversi casi, una attività cui non ci si poteva sottrarre non solo per ragioni economiche, ma anche di cittadinanza: alcuni dei lavoratori morti nei crolli, infatti, dipendevano da quel lavoro non solo per lo stipendio, ma anche per il rinnovo del permesso di soggiorno. Il lavoro, così, aggiunge vulnerabilità alla vulnerabilità, fragilità alla fragilità. Non il lavoro in generale, non il flusso astratto che circola attraverso terminali telematici e indici borsistici, ma il lavoro vivo, quello specifico e situato svolto da persone concrete, con concrete necessità, progetti, esigenze,obiettivi, difficoltà.
Quel lavoro che anche in questa circostanza estrema appare come la sfera della vita in cui le persone che l’attraversano sono più deboli, più esposte, più schiacciate dalla necessità, più indifese e più sole. Allora viene da dire che, in realtà, il corso del nostro lavoro non subisce alcuna sospensione, alcuna interruzione: al contrario, si tratta, semmai, di una circostanza estrema, in cui le ragioni di ciò cui, anche con questa rivista, cerchiamo di contribuire – in una parola: l’elaborazione di una progettualità sociale, politica e culturale capace di assumere il lavoro come proprio baricentro – riemergono con evidenza drammatica. Prendersi cura di queste ragioni, volersene occupare, insistere a riaffermarle è il minimo che si possa fare.
In questo numero di ERE, progettato e realizzato prima che il terremoto sconvolgesse il nostro territorio e le nostre vite, si affrontano tre tematiche principali. In primo luogo viene posta la questione del confronto tra le relazioni industriali, in Europa e nel mondo, a partire dalla domanda su quali nuovi rapporti tra rappresentanza sociale e politica si possano instaurare di fronte agli effetti della crisi. In secondo luogo si affronta la riorganizzazione del sistema produttivo regionale ed italiano, attraverso l’analisi del settore manifatturiero e delle sue filiere. Infine, tornando su di un tema che già era stato al centro di un precedente numero della nostra rivista, si approfondisce il rapporto “complicato e vitale” tra il mondo della ricerca e il sindacato, arricchendone il dibattito e proponendo nuovi punti di vista. Buona lettura.