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Intervista a Andrea Segrč

L'ecologia economica contro la (in)civiltą dello spreco

Andrea Segrè è professore ordinario di Politica agraria internazionale e comparata all'Università di Bologna dove è direttore del Dipartimento di scienze e tecnologie agro-alimentari. È fondatore e presidente di Last Minute Market, spin off accademico dell'Alma Mater Studiorum. Nel 2010 ha promosso la campagna europea "Un anno contro lo spreco" che ha portato il Parlamento Europeo a votare una Risoluzione per dimezzare gli sprechi di alimenti entro il 2025 e dedicare il 2014 come Anno Europeo contro lo spreco. È autore di Economia a colori (Einaudi).

 

ERE – Spesso si sottolinea che in Italia, negli anni, si è sedimentata una vera e propria rottura del patto sociale, sancito dalla stessa Costituzione repubblicana, a partire dal suo articolo 1. Ne deriva l’impressione di un paese senza progetto, preda di conflitti e consorterie. Non ha l’impressione che il dibattito pubblico – dalla questione della riforma del mercato del lavoro, a quella del rapporto tra ambiente e sviluppo – trascuri l’esigenza di ancorarsi a un progetto forte, che dovrebbe avere ambizioni “fondative” di un nuovo patto sociale?


SEGRÈ Penso proprio di sì, e se c’è un aspetto positivo, ammesso che ci sia, di questa crisi, è che dovremmo sfruttarla, usiamo pure questo termine, per cambiare qualcosa. Se siamo arrivati a questo punto è perché la crisi non è soltanto economica (peraltro la sua origine non è il 2007 come tutti dicono, inizia molto prima) ma è crisi ecologica e sociale. Se non cogliamo quest’opportunità di cambiamento – che è necessario del resto – continueremo senza nessuna prospettiva: e prima o poi sbatteremo contro un muro per davvero. Quello che sto tentando di dire (e fare) è che dobbiamo guardare al futuro iniziando dall’ora, da adesso: cambiare paradigma, uscire dal modello legato alla crescita continua e illimitata, fondare la società invertendo il legame fra economia ed ecologia, dove la prima deve essere parte della seconda e non viceversa. Da decenni ci riempiamo la bocca di “sviluppo sostenibile”, che in realtà è un ossimoro, una contraddizione in termini. Se ne parla dagli anni ‘50, anche se non si chiamava così – il termine infatti venne introdotto dalla Commissione Brundtland nel 1987 – in base allo slogan “preserviamo le risorse per le generazioni future”. Da allora sono passati molti anni, di fatto non è che si sia realizzato molto, soprattutto dopo la crisi, che è una crisi del capitalismo, del modello dominante preferito dagli economisti. Una crisi legata al debito, debito economico ed ecologico. La domanda che mi pongo infatti è come sia possibile che da allora si siano aperti gli occhi solo nel 2007 e poi, sostanzialmente, non si sia fatto nulla. La politica che avrebbe gli strumenti per... [continua]

 

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