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Intervista a Carlo Galli

Ripensare l’Emilia–Romagna contro i rischi della frammentazione

Carlo Galli è professore ordinario di Storia delle dottrine politiche presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna. Si è occupato di storia del pensiero politico, pubblicando articoli e libri tra gli altri su Machiavelli, Hobbes, Arendt, Schmitt. Si è inoltre dedicato ad una serie di ricerche su alcuni concetti-chiave del pensiero politico quali tecnica, Stato, guerra, globalizzazione, multiculturalismo, destra/sinistra. È direttore responsabile della rivista “Filosofia Politica”; dirige la Fondazione Istituto Gramsci Emilia-Romagna. È editorialista politico per la Rai e per vari quotidiani, tra cui “la Repubblica”.

 

ERE - Come caratterizzerebbe lo scenario attuale di questa regione, le sue potenzialità di sviluppo, anche in relazione alle questioni che cominciano a essere all’orizzonte (il dibattito sul federalismo, le tensioni fra coesione sociale e processi migratori). Ci parli di quello che ritiene più significativo rispetto a questo orizzonte tematico.

Galli - Per parlare di questa regione bisogna partire da lontano. La “coesione sociale” è stata costruita in Emilia-Romagna a partire da quando, negli anni Cinquanta, questa era una terra ancora caratterizzata da terribili disparità sociali, e dalla profonda depressione di alcune zone: a titolo d’esempio, il Ravennate, il Comacchiese, lo stesso Sassolese, prima del boom delle ceramiche.
In generale la nostra regione era caratterizzata dal latifondo, nella “bassa”, e dal fenomeno bracciantile, che implicava condizioni di vita miserabili e che fu superato dallo sviluppo economico innescatosi nella metà degli anni Cinquanta. Non c’era una politica capace di gestire questo fenomeno sociale che era stato una delle ragioni della forza del Partito Socialista, prima, della reazione fascista poi; nel primo dopoguerra i braccianti furono di nuovo organizzati dal Pci, e scomparvero solo negli anni Sessanta. Sì; c’erano i “poveri”, e non erano operai di fabbrica, ma portatori di un’altra povertà, antica e all’apparenza irredimibile. Ora quei poveri sono spariti, soppiantati da altri, del tutto differenti. E sono scomparsi perché in questa regione c’è stato qualche cosa di simile a uno “sviluppo guidato”, o almeno assecondato politicamente e amministrativamente. Non una pianificazione sovietica, quindi, ma un’azione dei poteri locali che ha compreso le necessità dello sviluppo - del nostro modello di sviluppo - e le ha guidate fornendo quei servizi che hanno reso possibile la creazione di un benessere diffuso e quindi anche della coesione sociale. In Emilia-Romagna non c’è la grande industria, tranne che, significativamente, nelle aree un tempo più depresse, cioè Ravenna e Ferrara. Per quel che ne so, la più grande impresa in Emilia-Romagna, la struttura che ha il bilancio più ricco, è l’Università di Bologna... [continua]

 

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