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Intervista a Guido Fanti

Il "modello emiliano": tornare alle radici per reagire alla crisi

Guido Fanti si iscrive al Partito Comunista Italiano nell’aprile 1945. Nel 1960 diventa Segretario Provinciale e Regionale del PCI, mentre cinque anni dopo entrerà nella direzione nazionale. Viene eletto sindaco di Bologna nel 1966 e nel 1970 si dimette dall’incarico per candidarsi alle elezioni regionali, diventando il primo presidente della Regione-Emilia Romagna. Dal 1976 al 1987 viene eletto deputato nazionale mentre dal 1979 al 1989 è parlamentare europeo. Dal 1984 fino allo scadere del suo mandato è anche vicepresidente del Parlamento Europeo del quale, attualmente, è deputato onorario.

 

ERE - Quali sono le tue impressioni sull’attuale scenario regionale?

Fanti - C’è una domanda che mi pongo da qualche tempo: ma è davvero finito il “modello emiliano”, come sostengono alcuni esagitati predicatori, che lo descrivono come “i peggiori sessant’anni di governo in regione, frutto di intrecci perversi fra potere politico, economia e parte della magistratura”? Ma c’è mai stata questa vergogna?
Neppure per un giorno, se ci si vuole davvero riferire ad una storia vissuta e non al livore e odio dettati unicamente da un insano duraturo e sempre sconfitto furore ideologico anticomunista. Siamo ben lontani dal libero e corretto confronto che nel lontano 1961, all’inizio dei processi di trasformazione della società emiliana, portò il grande maitre del pensiero borghese, Mario Missiroli, in tre successivi articoli di fondo del Corriere della Sera, a mettere in guardia le classi padronali dell’epoca, a seguire con molta attenzione lo svolgersi di quelle nuove realtà che si stavano profilando all’interno della società emiliana proprio da lui denominate “il modello emiliano”.

ERE - Quali sono state allora, secondo te, le sorgenti e le caratteristiche più significative del “modello emiliano”?

Fanti - Credo che il discorso vada inquadrato storicamente. Alla Liberazione, dal 1945 siamo partiti in condizioni di miseria, di grandi distruzioni materiali, di mancanza di lavoro, di grandi spostamenti di popolazione. Ottocentomila persone dai monti e dalla campagna si sono riversate nelle città della via Emilia per trasformarsi poi rapidamente in operai qualificati e capaci, come non è successo in altre regioni dove si è avuta l’imponente emigrazione, che dalla Sicilia e dal Meridione si è riversata a Torino, Milano e nei grandi centri industriali del Nord, in un caotico movimento che ha comportato molte difficoltà al loro pieno inserimento... [continua]

 

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