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Intervista a Vittorio Capecchi

Emilia-Romagna tra lavoro, partecipazione e coesione

Vittorio Capecchi è professore dell’Università di Bologna dove insegna sociologia e sociologia del lavoro. Dirige due riviste: dal 1967 "Quality and Quantity" (una rivista di modelli matematici edita da Springer) e dal 1971 "Inchiesta" (una rivista di economia e sociologia edita da Dedalo, Bari).

Dopo quarant’anni di lavoro intellettuale, segnati da un particolare incrocio di punti di vista e di esperienze tra università, sindacato e politica, Vittorio Capecchi è un testimone privilegiato dell’evoluzione del modello di sviluppo emiliano-romagnolo. Dalle prime indagini sulla salute nelle fabbriche degli anni settanta alle ricerche per le “conferenze di produzione” della Flm, dagli studi sui distretti e le filiere, fino ai nuovi scenari dell’economia e del lavoro, con il corollario di fenomeni inediti di vulnerabilità e malessere sociale diffusi anche in Emilia-Romagna: in questa intervista, Capecchi offre un’ampia pagina di fatti e riflessioni, tra passato e presente.


ERE - Dovendo mettere a fuoco il modello di sviluppo che ha caratterizzato il contesto regionale dell’Emilia-Romagna, su cosa insisteresti con maggior forza?

CAPECCHI - Sono arrivato in Emilia-Romagna avendo avuto un primo incarico di sociologia alla Facoltà di Magistero nell’anno accademico 1968-69. Venivo dalla Bocconi di Milano dove all’epoca si studiava economia sui testi di Keynes e su “Lo stato sociale moderno” di De Maria (docente alla Bocconi e coautore della Costituzione) e dove ero diventato assistente di statistica, dopo la laurea presa nel 1961, di Francesco Brambilla che aveva fatto la resistenza ed era stato torturato dalla banda fascista della Muti.

Venivo anche, dopo la laurea, da lunghi soggiorni a New York dove avevo frequentato Paul F. Lazarsfeld alla Columbia University per specializzarmi in modelli matematici applicati alla sociologia (nel 1967 avevo fondato e diretto la rivista di modelli matematici “Quality and Quantity”) e l’atmosfera degli anni ’60 a New York era straordinaria perché con l’arrivo di J. F. Kennedy si respirava un’aria diversa: il Maccartismo sembrava lontano e soffiavano i venti della Radical Economy con la “Monthly Review” di Baran e Sweezy, la Radical Sociology di Wright Mills, i movimenti per la pace, le marce per i diritti dei neri di Martin Luther King, i movimenti di Malcom X e del Black Panther Party, i movimenti dei figli dei fiori, Woodstock ecc... . Inoltre, agli inizi degli anni ‘60, avevo conosciuto, in un convegno organizzato dall’Olivetti Bull sulle prime esperienze dei computer, l’Ingegner Milani della Olivetti, che mi aveva proposto un piccolo contratto da ricercatore junior per applicare modelli matematici alla job evaluation presso il Centro di psicologia dell’Olivetti di cui era il direttore responsabile. Io accettai e mi trovai in una atmosfera culturale inattesa. Il Centro era infatti coordinato scientificamente da Cesare Musatti, il fondatore della psicoanalisi in Italia e nel Centro lavoravano Renato Rozzi e Franco Novara che facevano ricerche operaie a favore dei sindacati perché Adriano Olivetti che teorizzava la responsabilità sociale dell’impresa voleva creare dei contropoteri e voleva che il Centro di psicologia facesse ricerche non per il padrone (cioè lui) ma per il sindacato, così da tutelare meglio i lavoratori. Quando arrivai a Bologna nel ’68... [continua]

 

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