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Cultura, Lavoro, Sindacato

Caratteristiche

Intervento di Cesare Minghini
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Caratteristiche

Ci siamo lasciati un anno fa con l'ultimo numero della rivista Emilia Romagna Europa, che recava nel titolo dell'editoriale: “Investire in cultura, un bilancio e un auspicio”.

Torniamo quindi a riflettere sul percorso intrapreso a fronte del fatto che il lavoro, le sue trasformazioni, il suo intreccio sempre più forte con la conoscenza e quindi la sua soggettività, costituiscono il baricentro per leggere lo stato di avanzamento o di arretramento della civiltà contemporanea, e costituiscono il parametro di riferimento per capire come la società, la politica, la democrazia si caratterizzano. Non vi è dubbio che il lavoro ha continuato a scendere nella scala di attenzione di molti protagonisti dell'arena politica, in particolare attraverso il tentativo di trovare scorciatoie per uscire dalla crisi attraverso la compressione dei diritti e la mortificazione delle parti deboli della società. Si è quindi rafforzata in noi la convinzione che, anche per questo, sia indispensabile raccogliere energie, combinare esperienze e approcci differenti, esplorare e intrecciare linguaggi diversi per raccontare il reale che ciascuno sperimenta, costruire vocabolari che consentano a quei linguaggi e a quelle esperienze di entrare in connessione e di prendere forma collettiva. In altre parole, riteniamo che investire in cultura costituisca un passo indispensabile per poter dare forza alla voce di chi oggi fatica ad interloquire con il potere, a coloro che il sindacato tenta con alterne fortune di rappresentare.

In questi anni abbiamo insistito sulla necessità di cercare nuove alleanze e nuovi interlocutori, di immettere energie riflessive nelle attività che più si relazionano con l'organizzazione sindacale,lavorando per costituire le condizioni utili per rigenerare “sfera pubblica”, nonché una base informativa fondamentale per affrontare le contraddizioni che viviamo, segnate da tratti fortissimi di ingiustizia sociale.

Anche con il lavoro che oggi presentiamo, e che sta alla base della mia introduzione, abbiamo riscontrato grandi disponibilità alla costruzione di una rete di saperi, da parte di soggetti della cultura - accademica e non - interessati ad un rapporto con il sindacato, in particolare con la Cgil, la quale potrebbe candidarsi ad un ruolo di regia delle attività che ineriscono la politica culturale, la ricerca storica e quella contemporanea, la formazione, la diffusione e la divulgazione, da realizzare anche attraverso una adeguata comunicazione. Tale sforzo di regia è importante per sostenere l'impegno di risalita del sindacato anche nella sua capacità di rappresentare il lavoro e una nuova idea di società, che passa anche attraverso una nuova influenza politico culturale fra i lavoratori e i tanti delegati sindacali che hanno vissuto quasi passivamente la egemonia del pensiero neo liberista, smarrendo il più delle volte anche il senso del loro impegno, della loro militanza.

Per non parlare dei tanti funzionari/dirigenti sindacali che, accontentandosi di far bene il proprio mestiere, sentono allontanare il desiderio di vivere con intensità la difficile “missione” di coniugare azione quotidiana rappresentanza generale

“Missione” che con tanta maggiore intensità andrebbe vissuta, in questa fase di dominio del modello liberista che, nonostante i suoi evidenti fallimenti, tenta tuttora con schemi inediti, almeno per l'Italia, di disintermediare le relazioni sociali. Tutto ciò a vantaggio di una sempre più evidente mediatizzazione della dialettica politica e sociale che fa emergere, paradossalmente, un populismo dal basso e un populismo dall'alto che trovano convergenza nell'eliminare le forme organizzate di rappresentanza. Si sono infatti affermati approcci personalistici, basati su linguaggi e forme che disarmano tutte le forze che vorrebbero attraverso il confronto di merito e il conflitto spostare l'asticella qualitativa della condizione di vita e di lavoro dei tanti che in questi anni hanno visto crescere l'incertezza e hanno assistito allo sconvolgimento dei propri convincimenti, anche culturali (si pensi ad esempio ai processi di mobilità sociale che fino a un decennio fa erano considerati quasi scontati, sulla base di una fiducia acritica in un continuo progresso verso una società con maggiori dosi di eguaglianza).

Avevamo già tentato di alimentare una riflessione del sindacato su se stesso, attraverso il progetto di Ere, quadrimestrale dell’Ires. Da un lato, il sindacato ha infatti bisogno di (ri)alimentare il senso della propria azione, di riflettere sulle proprie ragioni, sul modo con cui esse incontrano o meno quelle dei singoli cittadini, sulle forme con cui tale incontro può tradursi in modi organizzati dell’agire collettivo; dall’altra, il terreno su cui si trova a muoversi attualmente (le trasformazioni del lavoro certamente, ma anche il ridisegno dei diritti sociali, e il nuovo ruolo della dimensione istituzionale) costituisce tutto sommato un punto di vista privilegiato per cercare di mettere alla prova un pensiero del presente senza dimenticare i principi di giustizia sociale, di eguaglianza, di solidarietà e di autodeterminazione che stanno alla base dell’idea stessa di sindacato.

Il modo in cui il modello neoliberale, la sua razionalità sociale, mettono al lavoro le qualità non contabilizzabili, relazionali, vocazionali, cooperative e immaginative dei lavoratori è punto fondamentale in tale contesto, perché permette di organizzare il conflitto in modo propositivo e non meramente difensivo, all’interno di visioni del mondo e non solo dentro trincee difensive e arretrate sul piano della proposta.

A tale scopo è necessario – come afferma ad esempio Mario Tronti, in un'intervista di alcuni anni fa “ripartire da una fondazione culturale, da una nuova cultura politica adatta a questa forma sociale disgregata, capace di ricomporla e di darle le risposte che cerca”, capace innanzitutto di “riportare al centro la figura del lavoratore”.

ll rapporto con la cultura, del resto, è fondamentale nella storia del sindacalismo italiano: ce lo ricorda Riccardo Terzi, importante protagonista di tale storia, affermando che – cito testualmente - la “capacità di rapporto con la cultura è uno dei tratti distintivi del sindacalismo italiano. E forse non ci rendiamo abbastanza conto che la Cgil ha avuto nella sua storia un gruppo dirigente di altissima levatura culturale, capace di parlare non il linguaggio di una “corporazione”, di un segmento, ma di rappresentare gli interessi generali del paese”. Si sente spesso l'affermazione “a ciascuno il suo mestiere” che limita i processi di contaminazione. In realtà, richiamando di nuovo Terzi “Il nostro “mestiere”, se possiamo dire così, è quello di occuparci di tutto ciò che riguarda la vita delle persone…. “

Si potrebbe affermare che il nostro intento è quello di connettere tra loro i principali nodi di riflessione sulle trasformazioni sociali e culturali del lavoro in modo che le trasformazioni di quest’ultimo possano essere comprese nella loro complessità emergente, che è in primo luogo l’esito di un intreccio tra aspetti professionali in senso stretto e condizioni di esercizio della cittadinanza sociale. In tal senso occorre connettere e far risuonare tra loro le diverse esperienze, più che includerle in un unico spazio, ma al contempo occorre mostrare come sia possibile aspirare a generare un piano di coordinamento e direzione unico.

Di nuovo Terzi ci ricorda che, per realizzzare tali obiettivi, cito testualmente “Oggi è essenziale riannodare tutti i rapporti con la cultura esterna, coi centri di ricerca, con gli specialisti, in tutti campi del sapere. Per fare utilmente questo lavoro, sarebbe utile una strutturazione meno frammentata del nostro lavoro culturale, riconducendo tutte le diverse iniziative, territoriali e di categoria, ad un unico centro di direzione….”

E’ a questa visione del ruolo del sindacato, che attribuisce al lavoro culturale una dimensione fondativa, che si collega l’esperienza di Editrice Socialmente, che organizza insieme alla Cgil regionale l'iniziativa odierna. Riprendendo le finalità che erano alla base della sua riprogettazione, la casa editrice è nata da due motivazioni di fondo. La prima, probabilmente quella più immediatamente evidente, è una ragione di servizio. Il sindacato svolge un’ampia e diversificata attività di produzione di materiali – documentazione, formazione, ricerca, comunicazione, ecc. – volta a sostenere e a consolidare la propria azione ordinaria.

Benché utile, la ragione di servizio non è sufficiente, anzi potrebbe rischiare, se prioritaria, di diventare ancella di una politica sindacale conservativa.

Ma un progetto editoriale di matrice sindacale, acquista piuttosto senso laddove riesce a incidere sulla configurazione stessa del campo in cui l’attività sindacale si realizza, creando attenzione sui temi della giustizia sociale legati al lavoro, alla formazione, alla solidarietà nei confronti dei più deboli; rielaborando le categorie dell’analisi e della progettualità alla luce delle trasformazioni e del mutamento sociale, culturale e politico; riconnettendo problematiche dell’azione nel quotidiano e questioni di stampo storico e teorico di più largo respiro; riaffermando la valenza civica che spetta all’attività culturale.

Si tratta di immaginare una impostazione del rapporto tra azione sindacale, lavoro culturale e progettualità politica, che sia innervato da un lavoro di scavo critico sulle categorie, sui vocabolari e sui linguaggi e di ricognizione del mondo sociale e di ascolto della realtà. Un tentativo, insomma, di praticare un’interrogazione e un apprendimento reciproco tra soggetti, saperi ed esperienze diversi, ma tutti ugualmente orientati a obiettivi di democrazia, di giustizia sociale, e di uguaglianza.

Le 27 interviste su Lavoro, cultura e sindacato, più o meno equamente suddivise tra sindacalisti e intellettuali, a partire dalle quali abbiamo immaginato l'iniziativa odierna, sono state realizzate con questo spirito, di interrogazione e apprendimento reciproco, in base ai seguenti spunti, che presentiamo in forma sintetica:

Cosa significa politica culturale in questa fase di difficoltà di rappresentanza del lavoro?

Come si può riattivare la discussione per ricomporre l'attuale frammentato scenario della “città del lavoro” (ricordando il fondamentale libro di Trentin)?

Al di là dei terreni di rivendicazione e negoziazione, in che modo le organizzazioni sindacali (e in particolare la Cgil) potrebbero incidere sulla cultura (politica e non solo), riattivando sensibilità e attenzione sulle condizioni e il senso del lavoro?

Quale spazio effettivo assegni, tra le priorità della Cgil, al rilancio dell’azione culturale e ai relativi, necessari investimenti?

Le interviste sono state registrate e da esse sono state ricavate delle sintesi, sulle quali si basano le considerazioni che vado ad esporre.

Nelle conversazioni alcune parole chiave sembravano emergere con maggiore frequenza. Tra le varie questioni esiste comunque una fitta rete di connessioni. Ci è sembrato opportuno ripartire i temi come segue, un po’ arbitrariamente, in base alle nostre impressioni, un po’ in base al risalto che nelle interviste veniva attribuito, a nostro giudizio, alle diverse questioni.

I temi ”narrazioni/rappresentazioni” verrano sviluppati da Ota De Leonardis; “legami/riconnessioni/territorio” da Carlo Donolo; “politica/sindacato” da Carlo Galli; “individualismo/individualizzazione” da Vando Borghi; mentre “pensiero critico/egemonia” verrano affrontati da Nadia Urbinati.

Vi propongo alcune considerazioni su tali temi, in un ordine che non rispecchia quello degli interventi, a partire da “Narrazioni/rappresentazioni”.

Il nesso tra difficoltà della rappresentazione e difficoltà della rappresentanza è stato evidenziato di frequente, con più attenzione da parte degli intellettuali (ad esempio: “il sindacato potrebbe attrezzarsi per fungere da cassa di risonanza dei racconti e delle rappresentazioni dei lavoratori stessi, essendo centrale il nesso tra rappresentanza sindacale (rappresentanza di interessi collettivi) e rappresentazioni. In tal modo il sindacato agirebbe per restituire ai lavoratori le condizioni di espressione della propria voce (voice) e allo stesso tempo ricostruirebbe le condizioni di una effettiva rappresentanza, riarticolando la molteplicità e la varietà delle esperienze dentro una visione collettiva.”. Il tema è sollevato anche da qualche sindacalista, ad esempio in questi termini “Ad un problema di rappresentanza si associa un problema di rappresentazione del lavoro”. A tale proposito, si potrebbe aggiungere, a titolo di commento, che forse vale (e forse anche di più) l’opposto: ad una crescente difficoltà a costruire un rappresentazione del lavoro, segue di conseguenza una difficoltà di rappresentanza. E questa difficoltà a costruire una rappresentazione rimanda a:

un limite cognitivo, perché l’esplorazione del lavoro esige una continua alimentazione di conoscenza, sempre più difficile in un contesto che spinge tutti – sindacato compreso – ad una concezione della propria azione in termini meramente prestazionali e scoraggia ogni sforzo teso a far emergere il potenziale esplorativo e conoscitivo che quell'azione incorpora;

un limite linguistico, poiché il (giusto) farsi istituzione del sindacato può aver significato anche derive e ossificazione attorno a gerghi e vocabolari che perdono la presa sull’esperienza dei problemi e funzionano solo in termini di agevolazione delle routine;

un limite intellettuale, laddove si ritiene di dover o poter rinunciare al tentativo (e allo sforzo di innovazione e di confronto che esso comporta) di elaborare chiavi di lettura del mondo sociale che vadano oltre la dittatura di una agenda cronachistica e schiacciata sul presente

In questo senso un problema, emerso in varie interviste, è la difficoltà nell’individuare delle “parole d’ordine” capaci di diventare tendenza, una sorta di trending topics.

È frequente altresì il richiamo alla necessità di valorizzare la memoria del lavoro (tema più frequente tra gli intellettuali)

I temi verranno comunque approfonditi da Ota De Leonardis.

Per passare a “Legami/riconnessioni/territorio”, che verrano comunque analizzati da Carlo Donolo, va in primo luogo evidenziato che i termini ricorrono con accenti simili sia nelle conversazioni con gli intellettuali (ad esempio: “la democrazia è un processo di apprendimento. Il sindacato può avervi un ruolo importante. Quello che non è riuscito, credo, è l'aggancio con le nuove forme del lavoro, e in particolare con il lavoro cognitivo inteso come fattore determinante di questa fase storica [...]” oppureAnche il sindacato dovrebbe trovare spazi di discussione simbolici e fisici; anche all'interno dell'Università…. C'è sempre meno riflessività a livello individuale ma anche come sistema istituzionale; invece fare politica culturale significa provare a produrre riflessività diffusa”

che in quelle con in sindacalisti, ad esempio in questi termini

Politica culturale significa non escludere argomenti apparentemente distanti (si parli di cinema, arte percorsi educativi in sinergia con le scuole ecc.) dai temi sindacali. La prima azione da intraprendere sarebbe quella di avviare una discussione interna per riflettere ed indicare una strada da percorrere incontrando altri soggetti ed aprendosi il più possibile al presente…..”

oppure

Le Camere del Lavoro devono essere dei luoghi fortemente aperti, dove ricomporre i bisogni collettivi. Non credo si tratti di ricomporre i frammenti ma di creare lo spazio (gli spazi) per una nuova composizione basata sulla federazione delle nuove domande di giustizia sociale (del lavoro e della cittadinanza). Fronteggiare la precarietà significa costruire lo spazio di un'azione comune che agisca contemporaneamente sul piano sociale ed economico. Devono essere il fulcro di una rinnovata partecipazione ed anche luogo di attrazione per i più giovani, che sono distanti dal mondo e dalla cultura sindacale”. La distanza dei giovani dal sindacato appare un tema davvero prioritario, in varie interviste.

Torna inoltre di frequente il richiamo ad iniziative che assumono il mutato rapporto di complessità dell'organizzazione sociale, in cui la partecipazione non è più il frutto di una scelta verticistica che cala dall’alto, ma della capacità di produrre una nuova socialità (orizzontale) che sia di viatico alla sempre più diffusa (ma frammentata perché non trova adeguata rappresentazione politica) istanza di democrazia sociale. Tale partecipazione sociale “non calata dall'alto” piuttosto viene indicata come una priorità, sia in alcuni interventi sindacali, che in alcune conversazioni con intellettuali, come affermazioni come:

“Il concetto di delega non può più essere quello fondamentale e il sindacato dovrebbe promuovere in senso generativo le forme di autorganizzazione che si sviluppano dal basso in un’ottica di nuova sussidiarietà: proteggere le forme di autorganizzazione dei lavoratori, rendendole legittime, portandole dentro la sfera pubblica, e intervenendo quando ciò non funziona e dunque tutelarle”

Sullo sfondo resta comunque il tema del territorio che, in diverse declinazioni, è tra quelli più ricorrenti nelle interviste..

Tra i sindacalisti si può riscontrare un approccio prevalentemente descrittivo (i territori sono in primo luogo gli ambiti territoriali delle attività, e soprattutto gli ambiti esterni ai capoluoghi di provincia e alle sedi delle Camere del lavoro).

Il territorio viene evocato dai sindacalisti anche in relazione alla necessità di evitare il rischio di apparire chiusi al confronto (ricorrono di frequente espressioni come “evitare il rischio dell’autoreferenzialità”) e torna in forma esplicita rispetto alla necessità di “aprirsi alla città” o di pensare un “sindacato di prossimità”. Il territorio come orizzonte strategico di riqualificazione dell’azione sindacale appare negli interventi di alcuni intellettuali, ad esempio in relazione alla “spazializzazione delle diseguaglianze” ma anche come “fulcro della valorizzazione della dimensione culturale del lavoro” e rispetto alla ricostruzione del nesso tra lavoro e cittadinanza.



Per passare a “Politica/sindacato”, oggetto dell'intervento di Carlo Galli, va evidenziato in primo luogo che “Politica” compare nei discorsi dei sindacalisti più che altro per evocare l’assenza della stessa e la sua lontananza dalle ragioni del lavoro, oltre che in riferimento alla questione delle politiche culturali

Non mancano comunque esempi di sindacalisti che affrontano più direttamente la questione, ad esempio in questi termini “Abbiamo…bisogno i costruire intorno alle critiche ai progetti di riforma un progetto politico più esteso, generale accogliendo le istanze provenienti anche dall'esterno”.

La questione affiora con maggiore evidenza tra gli intellettuali, con affermazioni come “Il sindacato dovrebbe assumersi il compito di partecipare alla definizione odierna del lavoro, e dunque essere soggetto attivo nella costruzione di conoscenza pubblica sui temi del lavoro… Il sindacato dovrebbe entrare nel merito di queste scelte, che sono profondamente caratterizzate da una connotazione politica, e solo apparentemente sono misure tecniche.

Oppure:

“va restituita ai soggetti del lavoro la consapevolezza che il lavoro è un fatto politico, cioè che ha un rilievo generale […] Il sindacato deve essere flessibile, perdere stereotipi, sburocratizzarsi ed acquisire un linguaggio vero e adatto a convincere un fratello”.

I temi “Individualismo/individualizzazione”, sviluppati da Vando Borghi, ricorrono più di frequente nelle conversazioni con gli intellettuali, con espressioni come “deve esserci grande spazio per le individualità (la critica all'individualismo proprietario e possessivo del neoliberismo non deve significare lasciare il tema della ricchezza della individualità alla Destra) e un grande coinvolgimento delle strutture sindacali” oppure “costruire categorie che consentano di ripensare la propria presenza nella società in funzione di una concezione del processo di individualizzazione che sia diverso da quello dominante”

Il richiamo ad individualismo e individualizzazione nelle conversazioni con i sindacalisti, pur meno frequente, ricorre significativamente e in termini piuttosto vicini a quelli appena richiamati, con affermazioni come “si è progressivamente affermata una cultura individualista, anche perché le grandi organizzazioni non sono state in grado di tenere insieme la dimensione collettiva con quella individuale” oppure “Per riattivare la sensibilità sulle condizioni di lavoro, considerato sempre meno un momento fondamentale di espressione sociale bisogna che il sindacato investa di più sulla persona”.

In relazione a “Pensiero critico/egemonia”, su cui ascolteremo le riflessioni di Nadia Urbinati, emerge trasversalmente la necessità di impegnarsi per costruire un pensiero critico, non acquiescente, che sia in grado di opporsi alle tendenze dominanti e di fare da “pietra d’inciampo”.

Alcuni intellettuali tendono ad attribuire un ruolo piuttosto centrale al sindacato nella costruzione di tale pensiero critico e di una controegemonia con espressioni tipo:

Il sindacato finora non ha sviluppato nessuna visione alternativa e appropriata per questo nuovo mondo in formazione, mentre le sue posizioni e postazioni tradizionali vengono erose”.oppure “Sul sindacato grava oggettivamente un compito politico generale ancora più chiaro di quanto non sia stato in passato (prima lo era, ma il compito politico generale era svolto dal Partito). Oggi, il compito politico generale è nelle mani della televisione, del sindacato e, forse, della Chiesa”

O ancora “sul fronte culturale la vera battaglia ideologica deve essere quella volta a recuperare un'immagine del sindacato da contrapporre a quella falsa costituita dai vari governi. Il sindacato deve per questo motivo muovere battaglia ridando un significato autentico alle parole”.

I sindacalisti, in alcuni casi, cercano tuttavia di sottolineare che al sindacato non vanno attribuite responsabilità che travalicano il suo ruolo, ad esempio affermando “Il vuoto culturale non riguarda solo il sindacato nè però il sindacato può prendersi in carico il compito cosi gravoso di riempire da solo quel vuoto.

La questione della critica viene spesso letta in relazione a quella della formazione, anche dagli intellettuali, ma soprattutto dai sindacalisti.

L’importanza di una maggiore attenzione del sindacato alla scuola, anche rispetto alla promozione di una cultura dei diritti e del lavoro, torna sia in alcuni contributi di intellettuali, che di sindacalisti.

Se quindi, come ha sostenuto Carlo Donolo nell'intervista, non esiste prospettiva possibile se non si rinnova l'alleanza fra lavori e saperi, occorre a mio avviso, avviandomi alla conclusione di questa apertura di discussione, delineare una possibile trama che ha bisogno di tutto meno che di indifferenza. Preferisco che venga affermato che tale trama è sbagliata inattuale e non alla portata, dato il periodo che viviamo.

Si chiama spesso in causa, io penso come alibi burocratico, la questione delle risorse. Se esiste la volontà e la necessaria ambizione, che è figlia di una analisi molto preoccupata dello stato dell'arte, in tutti i sensi, in base a idee propulsive, di intrapresa di nuovi percorsi di contro-egemonia, la questione risorse per i progetti diventa secondaria.

Questa ambizione e sfida, parafrasando il bel libro di Chiara Sebastiani, delle parole e delle idee, può partire dalla nostra terra d'Emilia, a condizione che si renda disponibile, con lo sguardo aperto ad interagire orizzontalmente con altre realtà territoriali, di altre regioni del nord come del resto del Paese, anche nel Mezzogiorno.

Per potersi misurare e poter soppesare le possibilità, ci vogliamo immaginare la costruzione di un “polo culturale”, di chiara marca “laburista”.

Non si propone evidentemente di superare quanto già esiste: al contrario, questo “polo” dovrà essere uno strumento per il rafforzamento delle attività in corso.

Non vorrei peccare di provincialismo, se candido la terra emiliano romagnola, come uno dei possibili nodi di questo reticolo che dovrà svilupparsi in modo decentrato e diffuso.

Qui da sempre, almeno dagli anni '70, ci si interroga sul modello emiliano, a partire dal sistema produttivo al sistema che ha costruito la rete dei servizi sociali. Ci si interroga sulle sue trasformazioni, sulle sue potenzialità e suoi limiti.

E' evidentemente un modello che ha visto un evidente ruolo protagonista del partito politico, che indirizzava le istituzioni, e influenzava le organizzazioni sociali di massa. La sinistra e il lavoro con diverse intensità avevano riconoscimento.

Allo stesso tempo, in questa Regione nascevano attorno alle Università centri di elaborazione con altre radici culturali, di chiara marca liberaldemocratica e legati al cattolicesimo democratico. Mi vengono in mente il Mulino, con il suo istituto di ricerca, la sua rivista, la prestigiosa casa editrice. Penso a Nomisma, a Prometeia, che poche settimane fa ha celebrato i suoi 40 anni con un 'intervento di Mario Draghi. Centri di valore nazionale, veri e propri Think Thank in grado di sfornare classe dirigente ai vari livelli.

Non intendo approfondire più di tanto i motivi, che gli storici in particolare hanno riconosciuto, per cui i centri studi della sinistra e del sindacato non hanno svolto un analogo ruolo rispetto alla formazione della classe dirigente. Certamente, dall'89 in poi si è determinato un vuoto che ha lasciato privo il lavoro e la sinistra (avremmo usato fino a poco tempo fa il termine movimento operaio) di centri di elaborazione in grado di mantenere, con l'eccezione della Fondazione Gramsci diretta da Carlo Galli, un punto di vista che raccogliesse le sfide più volte ricordate. Pensiamo al tema dell'orgoglio della memoria; alla visione antitetica a tutto ciò che accadeva nel processo globale; infine - necessità da molti sentita – alle nuove teorie, in grado di aggiornare l'apparato ideologico che in passato vedeva chiare le distinzioni; in altre parole il tentativo di assegnare di nuovo al concetto di progresso un preciso significato, venuto meno nell'epoca dell'incertezza crescente, lucidamente analizzata nel libro di Robert Castel, fiore all'occhiello del nostro catalogo editoriale.

Per tornare alla trama progettuale prima evocata: è eccessivo pensare ad un “Mulino” del Lavoro? Lo indico in tal modo per farmi capire, sia perché richiama l'inizio della rivoluzione industriale nella Inghilterra del 1700, sia per dare il senso dell'ambizione a cui mirare. Si può lavorare per creare una rete stabile di docenti, di competenze diffuse nelle università e nei luoghi del sapere, in grado di attivare le molte energie, di natura volontaria, che dopo anni di esperienza sindacale e politica possono offrire, senza particolare ansie di nuovi incarichi di responsabilità? Si riesce per questa strada a far convergere l'azione di ricerca, da quella storica a quella economica e sociale, alla formazione sindacale, di elaborazione, che oggi è dispersa in vari luoghi, che fanno fatica tutti a sopravvivere? Si può intravedere quali strumenti oggi sono davvero utili per la diffusione e la comunicazione dei tanti pensieri presenti in questa potenziale nuova comunità, di sapere e di lavoro?

E' inimmaginabile raccogliere e generare cooperazione con esperienze come quella di Pandora, la rivista di cui credo parlerà il direttore Giacomo Bottos, che raccoglie tante nuove energie presenti fra gli studenti universitari, i dottorandi gli assegnisti delle università? Parlo di cooperazione per generare nuove contaminazioni, non di processi inglobanti e mortificanti delle specificità. Credo, al contempo, che nelle diversi città potrebbero nascere luoghi fisici dove poter vedere lavorare insieme giovani sindacalisti, ricercatori, formatori, aperti al mondo dei lavori e dei saperi che ormai si sono affermati ma che fanno fatica ad aggregarsi e a riconoscere nelle tradizionali sedi sindacali luoghi attrattivi e in grado di catalizzarne le energie positive.

Quello che abbiamo inteso quindi proporre , userò la metafora del sasso dello stagno, di avviare un percorso che sia all'altezza, che io, noi, sentivamo come necessario, per raccogliere, a partire da oggi, energie per impostare una battaglia delle idee che sentiamo non più rinviabile.

In un recente articolo, critico con la mercificazione della cultura, un intellettuale irrequieto come Goffredo Fofi, segnala che se si è stanchi di pubblicità e di superficialità occorre tornare ad esigere cose di sostanza. Occorre tornare a far coincidere i mezzi e i fini per aiutare gli altri aiutando se stessi. Occorre, come afferma Tronti, cercare nuove terre per antiche strade.


Commenti

Federico Chicchi commenta:


Domani si svolgerà a Bologna un davvero importante incontro sul futuro del sindacato e del lavoro.
Molto probabilmente per un impedimento dell'ultimo minuto non riuscirò a intervenire come era previsto. Approfitto allora di Facebook per dire due cose che sarebbero state parte del mio (brevissimo) intervento: la prima riguarda la necessità di ripensare il lavoro a partire dal suo, del tutto nuovo, contesto di produzione del valore. Il lavoro oggi si organizza infatti a partire dalla "città", dalle reti che qui si intrecciano e dalle sue risorse di sapere e innovazione sociale. Tenere oggi separate metropoli e lavoro per riportare quest'ultimo per lo più dentro lo spazio della "fabbrica" sarebbe un grave errore strategico e politico. Esiste una soggettività del lavoro (e soprattutto del lavoro precario) nel postindustriale che attraversa e abita il nuovo scenario capitalistico che deve essere interpellata e posta al centro della costruzione del nuovo sindacato. Occorre, attraverso la mobilitazione delle loro "gravità" sociali, lavorare per intrecciare i destini e valorizzare i nessi emancipativi tra la città e il lavoro, occorre problematizzare a fondo l'inedito rapporto apertosi tra produzione e riproduzione sociale.
Inoltre e soprattutto però occorre evitare di ripensare il sindacato per lo più come fosse un lubrificatore (uno mero strumento di attenuazione) delle politiche economiche e del lavoro neoliberali portate avanti dagli attuali governi di centro sinistra (e non) in Europa. Contrastando, in primo luogo e per esempio, l'idea che l'unica contrattazione possibile e auspicabile oggi sia quella che si può organizzare a livello aziendale. Nessuna nuova federazione/coalizione del lavoro sarà infatti possibile se il sindacato diventerà, per primo, agente "corporativo" e e di servizio della frammentazione di classe.

 

 Marco Marrone commenta:

 

Colgo l'occasione della pubblicazione dell'introduzione di Cesare Minghini all'iniziativa "Cultura, Lavoro, Sindacato" per scrivere una breve riflessione su quanto si è discusso. Troppo spesso vediamo la crescente centralità della dimensione cognitiva nelle dinamiche capitaliste come un vincolo per le rivendicazioni dei lavoratori. Certamente, non mi sfugge lo smarrimento del sindacato nei confronti di una ristrutturazione del capitalismo così intensa e radicale, ma credo sia necessario provare ad invertire la prospettiva dell'analisi, se non altro per non restare intrappolati in un dibattito del tutto strumentale ai tentativi di delegittimazione del sindacato provenienti da più parti. La centralità degli elementi cognitivi (ma anche di quelli riproduttivi e biologici) ci permette infatti di svelare la portata generale e totalizzante del capitalismo, rompendo il recinto nel quale il movimento operaio è stato confinato nel corso della sua istituzionalizzazione, e allargando così la possibilità di articolare "il punto di vista autonomo del lavoro nei confronti della società". In altre parole, i temi della casa, del diritto allo studio, dei diritti delle donne, non sono più pensabili come questioni del lavoro "in seconda istanza" (appartenenti alla sfera della riproduzione sociale si sarebbe detto una volta), ma sono ormai imprescindibilmente questioni del lavoro, senza le quali diviene impossibile elaborare una critica efficace nei confronti del capitalismo attuale. Piuttosto, le ragioni che trasformano questa opportunità in un vincolo mi paiono avere a che fare con un ritardo del sindacato, ormai storico, nei confronti della sperimentazione di forme organizzative e rivendicative adeguate a questa trasformazione. Un tale paradigma impone infatti la necessità di sperimentare forme di relazione tra lavoratori e sindacato al di fuori dello spazio della delega, resistendo alla paura di cambiare attraverso la volontà di ritrovare una nuova legittimazione del proprio agire tra le "vecchie" e "nuove" forme del lavoro. Il nuovo statuto dei lavoratori è sicuramente un primo passo verso questa direzione, ma non può che essere soltanto l'inizio di un profondo rinnovamento dell'azione sindacale verso ciò che diceva durante il convegno Ota de Leonardis, ossia: l' "apertura del megafono delle camere del lavoro alla pluralità di narrazioni che compongono il racconto collettivo del lavoro".

 


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