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RICORDANDO ETTORE SCOLA, UN GRANDE CINEASTA LEGATO AL MONDO DEL LAVORO

di Vittorio Boarini

Caratteristiche

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La scomparsa di Ettore Scola, figura di primo piano del cinema italiano, e non solo italiano, come i media nazionali e internazionali hanno doverosamente sottolineato, mi ha fatto affiorare alla memoria, prima ancora dei tanti film eccezionali, le frequentazioni che per circa due anni ho avuto con lui, cioè la felice opportunità di avere con un grande autore un rapporto diretto.

All’inizio del 2001, infatti, fui chiamato a dirigere la Fondazione Federico Fellini di Rimini, della quale, contemporaneamente, Scola veniva nominato Presidente. Una coincidenza, per me fortunata, ci aveva accomunato nello sforzo di rilanciare un’Istituzione che usciva dalla crisi più profonda della sua breve e travagliata esistenza. Entrambi eravamo fortemente motivati ad assumere un compito così impegnativo: io dovevo mostrarmi all’altezza della fama che mi derivava dall’aver fondato e diretto per trent’anni la prestigiosa Cineteca di Bologna, Scola voleva mostrare nei fatti quanto fosse profonda la stima e l’amicizia che lo avevano legato a Fellini per quasi cinquant’anni. L’idea forte che subito il Presidente venne definendo, e non si poteva non essere d’accordo, era che la Fondazione doveva divenire un centro internazionale di conservazione e trasmissione alle generazioni future della memoria storica concernente le opere e la personalità del grande riminese, accompagnando gli aspetti scientifici e più strettamente istituzionali con attività critiche e promozionali organicamente collegate a tale finalità. Quando il nostro sodalizio, molto più ricco di un semplice rapporto di lavoro, trovò la sua risoluzione nella circostanza che il Presidente dovette lasciare il suo incarico per impegni connessi all’attività di regista, il progetto era appena agli inizi, ma Scola mantenne ugualmente, sia pure a distanza di tempo, il proposito di rendere omaggio a Fellini e glielo rese nel modo che gli era più congeniale. Nel 2013, infatti, ricorrendo il ventesimo anniversario della morte di Fellini, realizzò e presentò a Venezia Che strano chiamarsi Federico-Scola racconta Fellini, un prezioso album di ricordi che inizia nel 1939 con l’arrivo del vitellone riminese nella redazione romana del giornale satirico “Marc’Aurelio” e termina con una sapiente selezione delle sequenze più significative dell’immaginario cinematografico felliniano. Un omaggio a Fellini era già stato reso da Scola in uno dei suoi film più famosi, C’eravamo tanto amati (1974), ma quello, in cui Fellini interpretava se stesso girando nuovamente per l’amico la scena della Fontana di Trevi ne La dolce vita, era anche un omaggio a De Sica, al neorealismo e al cinema italiano, mentre questa volta Scola ci ha fatto dono di un’originale rappresentazione del Maestro, che aveva conosciuto proprio nella redazione del “Marc’Aurelio”, della quale egli stesso era entrato a far parte giovanissimo nel 1948 (nato a Trevico nel 1931 era, quindi, di undici anni più giovane di Federico). Il film traccia, sull’onda della memoria, un ritratto teneramente ironico, dove l’affetto per l’amico, al quale lo stringevano anche significative esperienze comuni, non cede alla facile nostalgia mantenendo il filo gioioso della rievocazione appassionata e misurata insieme.

Concludo la vicenda riguardante Fellini per affrontare un aspetto che ritengo fra i più rilevanti se si vuole comprendere a fondo Scola artista, intellettuale impegnato e uomo del suo tempo: la sua autentica passione politica. Militante di rilievo nel partito comunista, sempre partecipe alle lotte più nobili condotte dalla sinistre, sincero sostenitore dei diritti dei lavoratori, ma non insensibile ai problemi del sottoproletariato, dei più diseredati. Tutto ciò lo si legge apertamente o in controluce in molti suoi film, nel citato C’eravamo tanto amati, per quanto riguarda gli ideali della sinistra, In Brutti,sporchi e cattivi(1976), in riferimento agli emarginati, per fare solo due esempi. E’ doveroso ricordare però, a questo proposito, un film che i numerosi e ampi articoli apparsi sui giornali in occasione della sua morte hanno ignorato o citato appena, dedicato espressamente alla classe operaia. Trevico-Torino. . . Viaggio nel Fiat-Nam, con esplicito riferimento alla guerra che allora, 1973, infuriava ancora in Indocina. Si tratta di un’opera girata in 16mm, con una piccola troupe, prodotta dalla Unitelefilm, allora casa cinematografica del PCI, che Scola concepì e diresse avvalendosi, per il soggetto e la sceneggiatura, della collaborazione di Diego Novelli, giornalista de “L’Unità”, che due anni dopo verrà eletto Sindaco di Torino. E’ la storia di Fortunato, un migrante che viene da Trevico per lavorare alla FIAT, dove, per volontà di Agnelli stesso, la cinepresa non può entrare. Non vediamo, quindi, il lavoro in fabbrica del protagonista, rappresentato con il metodo zavattiniano di “pedinare la realtà”, ma ne veniamo a conoscenza, anche nei particolari, dai rapporti di Fortunato con le sue nuove conoscenze: un sindacalista comunista, una giovane borghese militante in Lottacontinua e, naturalmente, dai compagni operai. Della grande industria automobilistica vediamo la degradazione che produce nella società circostante, la quale riserva ai lavoratori provenienti dal Sud contadino, ma non solo a loro, squallide sale d’aspetto per riscaldarsi, degradati dormitori per riposare e sordide mense dei poveri per nutrirsi. Da tutto ciò Fortunato trae la conclusione, al di là di ogni considerazione ideologica, semmai ricordandoci il Chaplin di Tempi moderni (1936), che la costrizione dell’operaio alla catena di montaggio gli toglie la dignità di lavoratore.

La necessaria conclusione è che questa pellicola, la quale girò solo nei cineclub, nelle Case del popolo e nelle Feste dell’”Unità”, andrebbe rivista, anche per verificare se e come da allora le cose sono cambiate. Lo dobbiamo a Scola.


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