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"LA LEGGE DEL MERCATO,OVVERO L’ASPETTO SORDIDAMENTE SPIETATO DEL CAPITALISMO" di Vittorio Boarini

Recensione del film "La legge del mercato" (regia di Stéphane Brizé, 2015)

Caratteristiche

Caratteristiche

Il cinema contemporaneo guarda con particolare attenzione alla drammatica realtà in cui viviamo, al nostro contesto storico, cioè ai rapporti sociali che caratterizzano la esistenza di tutti. Così le storie che spesso vediamo scorrere sullo schermo parlano di noi cercando di darci un’interpretazione del mondo attuale. Questa elementare constatazione assume piena evidenza assistendo alla visione di un film come La legge del mercato, traduzione letterale de La loi du marché, un’opera francese di Stéphan Brizé, vincitrice a Cannes della Palma d’oro per la migliore interpretazione maschile. L’interprete, Vincent Lindon, è Thierry, un cinquantenne rimasto disoccupato perché la sua fabbrica ha chiuso, che frequenta corsi di formazione nella ricerca, non priva di procedure umilianti e di frustrazioni, di un altro lavoro, che pare sempre irraggiungibile.

Fin d’ora ci è chiaro come il lavoro, che il moderno tende a rimuovere, sia l’elemento centrale della vita e che, privata del lavoro, la vita stessa risulta gravemente compromessa. Ma torniamo al nostro protagonista, che è sposato e ha un figlio disabile, al quale i genitori sono determinati a dare un’istruzione tale da consentirgli di accedere all’università. Anche questo ulteriore problema, al di là di ogni patetismo,  comporta un iter burocratico defatigante e psicologicamente oneroso. Infine, non sono superflue le lezioni di ballo che i due coniugi frequentano: un escamotage per condividere il ritmo della musica e ritrovare l’affiatamento  incrinato dalla incomunicabilità verbale dovuta all’accumulo  ansiogeno delle necessità domestiche.


Finalmente Thierry trova un lavoro, ma un lavoro inquietante; si tratta, infatti, di sorvegliare che i dipendenti e i clienti di un supermercato non si approprino indebitamente di beni appartenenti alla ditta. Subito l’istruttore del nuovo assunto gli spiega che ogni cliente è un potenziale ladro e, quindi, va guardato con sospetto quando si avvicina agli scaffali (un ladro non ha colore, né età, né sesso), così come gli impiegati, specialmente le cassiere, sono sempre pronti a tradire la “fiducia” che la direzione ha loro generosamente accordato. Le sequenze in cui il protagonista esegue i controlli d’ordinanza e coglie alcuni poveracci che hanno trafugato modesti quantitativi di merce raggiungono il massimo di perfezione formale del linguaggio adottato dal regista, un linguaggio sempre alto, fondato sulla calcolata lentezza delle inquadrature chiave, che così dilatano la percezione dello spettatore rendendo estremamente significativi i momenti cardine su cui si snoda la narrazione.
La vicenda procede implacabile: un anziano ha tentato di rubare una confezione di carne e non ha i soldi per pagarla, chiudendo così la faccenda, né la merce fresca può essere rimessa sullo scaffale. Che fare? La regola è chiarissima: si chiama la polizia. Fa pendant  all’astratta spietatezza dell’ordine su cui si regge l’impresa il paternalismo, altrettanto astratto nel suo apparente buon senso, della direzione, che giustifica il suo rigore con la necessità di salvaguardare il bene comune fondato sulla fiducia fra datore di lavoro e lavoratori (!). La indignazione morale di Thierry pare raggiungere il suo apice quando una cassiera, accusata di essersi appropriata di alcuni buoni-sconto (un valore di pochi euro) e minacciata di licenziamento, si uccide. Un alto dirigente parla alle maestranze spiegando che nessuno deve sentirsi in colpa per l’accaduto: nessuno è responsabile, infatti, pare, si dice, che la cassiera avesse un figlio drogato. . .  Seguono i funerali della vittima e la sapiente carrellata sui volti dei colleghi ci rivela la loro consapevolezza che l’accaduto è la conseguenza di un meccanismo perverso del quale tutti sono vittime e complici.


Viene alla mente Jean Valjean de I miserabili, condannato ai lavori forzati per aver rubato un pezzo di pane,o, per restare nell’ambito cinematografico, il vagabondo Charlot in lotta con esosi bottegai protetti da inflessibili poliziotti. Victor Hugo e C.S. Chaplin sono estremamente attuali nell’epoca dei supermercati, del capitalismo tanto maturo da essere ormai guasto, perché, come ci ricorda Marx in un passo famoso, la borghesia, che pur ha eretto monumenti più grandi delle piramidi, conserva aspetti di feroce avidità (“sordidamente giudaici”, dice il filosofo di Treviri che, essendo ebreo,si permetteva questo linguaggio “politically uncorrect”, diremmo ai nostri giorni).
E il film come finisce? Thierry abbandona il supermercato, rifiutando di fare il kapò, per affrontare a testa alta la sua difficile condizione.


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