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FRANTUMAZIONE DEL LAVORO SALARIATO E TRAPPOLA DELL’AUTONOMIA

Recensione del libro "Incertezze crescenti" (R. Castel), di F. Chicchi

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In Italia l’opera di Robert Castel ha certamente avuto una ricezione importante, ma al contempo la stessa è stata parziale e per lo più confinata nelle eburnee stanze di accademici e ricercatori. Il suo non è certamente un caso isolato, molti sono gli studiosi transalpini contemporanei e non che faticano e hanno faticato a trovare il giusto riconoscimento nel nostro Paese. Il caso del sociologo di Brest, scomparso nel 2013 è però, mi pare, soprattutto se teniamo conto dello straordinario valore della sua ricerca e della sua vicinanza con il nostro Franco Basaglia, ancora più eclatante. Ad esempio, la traduzione della sua opera matura più importante Les métamorphoses de la question sociale: une chronique du salariat, è arrivata in Italia solo dopo dodici anni dalla sua pubblicazione in Francia nel 1995, da parte di una più che meritevole e coraggiosa casa editrice di Avellino, che purtroppo però non ha avuto la forza e i mezzi per  promuoverlo e distribuirlo adeguatamente.

Anche per questa ragione si deve oggi accogliere con sincero entusiasmo la pubblicazione, da parte di una piccola ma molto promettente casa editrice di Bologna, Editrice Socialmente, di alcune parti (ottimamente tradotte dal francese) di uno dei suoi ultimi lavori La montée des incertitudes, testo che mette al centro della sua argomentazione la crisi del lavoro e delle sue fondamentali funzioni di aggregazione sociale. Prima di presentare alcuni dei contenuti manifesti del volume, occorre però comprendere bene la traccia da cui questo lavoro proviene e anche la posta in gioco che l’opera di Castel, anche in questo suo importante scritto della maturità, prova ad articolare sfacciatamente in seno alle sempre più stridenti contraddizioni della contemporaneità.

Ci guida in questo indispensabile approfondimento, l’ottima e preziosa “Postfazione” di Ota de Leonardis al volume, che insieme a una breve ma efficace “Introduzione” di Vando Borghi, rendono ancora più interessante l’operazione editoriale. De Leonardis che conosce molto bene Castel e ha ben presenti, perché le ha condivise sul campo, le “radici” del suo lavoro, ne coglie, a mio avviso, le qualità fondamentali. Il punto di capitone dell’opera del sociologo francese è infatti quello che fin dai tardi anni settanta risuonerà e tornerà di più nelle sue analisi (più o meno sottotraccia a seconda dei contesti) e cioè il tema del diffondersi e radicarsi di un nuovo ordine normativo fondato sulla ingiunzione all’individualizzazione. Il doversi fare individui diventa in tal senso un imperativo sociale da realizzare interamente sotto la propria responsabilità. Tale ingiunzione, accompagnata senza scarto, come altra faccia della stessa medaglia dalla evaporazione delle istituzioni del moderno, disegna e permette di vedere il profilarsi di una nuova società capitalistica, di stampo neoliberale, che potremmo dire, divora progressivamente, a una a una, con cinica e pervicace costanza, le istanze di protezione sociale che attraverso la generalizzazione dell’impiego salariato avevano costituito il piano di composizione del conflitto di classe e quindi della redistribuzione della ricchezza proprietaria. Non mancano ovviamente qui le assonanze con il lavoro di Michel Foucault e con le riflessioni di quest’ultimo sul definirsi di un nuovo modello di capitalismo governamentale.

In un importantissimo lavoro del 1981, titolato La gestion des risques, Castel infatti intravvede già l’ispessimento della trama di questo nuovo capitalismo che oggi chiameremmo senza indugio “neoliberale”, ma che allora non mostrava ancora chiaramente le sue caratteristiche emergenti.

Il nuovo capitalismo, come è noto, tende ad abbandonare la industriale centralità del lavoro salariato e le istituzioni progettate attorno alla sua capacità di determinare la soggettività all’interno di un rigido e per lo più stabilizzato ruolo sociale, per riscriversi dentro quella che con lo stesso Castel (via Foucault e Bourdieu) possiamo denominare una soggettività in guisa di capitale umano in perenne fibrillazione. Tale posizione soggettiva, sottoposta a una sollecitazione continua è organizzata come fosse un potenziale che deve essere continuamente realizzato seguendo pratiche rischiose ed estremamente incerte. La forma di definizione sociale dell’individualità che si fa largo e che si impone a scapito di quella del lavoratore salariato è la figura dell’imprenditore di sé (Laval e Dardot, 2013). In un certo senso si potrebbe dire che il sociologo francese capisce, con notevole anticipo sui tempi, che il problema, sul piano della costruzione della progettualità sociale, si gioca tutto all’interno di quella ambivalenza che abita sagittalmente il desiderio di autonomia della nuova soggettività post-salariale e post-statuale, desiderio che se si declinasse solamente nel senso di un’istanza individualizzata e de-socializzata, non potrebbe che corrispondere (allinearsi, direbbe Frédéric Lordon) alla dimensione iperegoica e cinica del capitalismo in salsa neoliberale. È quella che oggi alcuni, tra cui certamente anche Castel, definirebbero la trappola della autonomia. In proposito, in questo testo dei primi anni Ottanta, Castel scrive: «Il potenziale umano – al contempo personale e relazionale – è (…) un capitale oggettivante che si coltiva per diventare più “performativi” nella socialità, nel lavoro o nel godimento» (Castel, 1981: 202, ns. trad.). Parole di un’attualità, che non temo di definire spaventosa e che non possono che colpire a fondo, per la loro preveggenza, chi si occupa ancora oggi, o si è almeno una volta sola affacciato alla finestra, della questione del rapporto tra desiderio e sfruttamento nel capitalismo contemporaneo.

L’opera di Castel insomma si veste fin dagli anni Ottanta dei temi della psicologizzazione del mondo e della privatizzazione  dell’esistenza (Ehrenberg, 2010). Questo resterà sempre il tema chiave del lavoro di Castel, tema che poi prenderà corpo dentro il suo celeberrimo concetto di désafilliation, concetto che indica il consolidarsi di nuove forme di dominio che si esercitano non attraverso mezzi coercitivi, ma attraverso la trascrizione del legame sociale dentro una strutturale condizione di fragilità (di scollamento dalle protezioni sociali del moderno) in cui il sociale si è dissolto nel relazionale o ancor peggio nello psicologico. In altre parole, secondo Castel viene progressivamente diffondendosi una nuova cultura dello psicologico che sembra fare a meno del rapporto collettivo come dimensione principale della costruzione della soggettività. In tutto questo è lo Stato (e l’idea che esso potesse ambire a realizzare una proprietà non privata ma sociale) a pagarne lo scotto più grave.

Tale questione è ripresa nel libro che stiamo qui discutendo in modo intensamente durkheimiano da Castel. Il sociologo francese giustamente non sembra infatti mai rinunciare all’idea che la possibilità di diventare individuo (soprattutto per chi appartiene alla classe non proprietaria) sia strettamente legata alla presenza di risorse collettive e pubbliche che garantiscono la stabilità del progetto individuale. In un certo senso (se posso, dopo tanti elogi, avanzare una sorta di critica all’autore) mi pare che Castel non
riesca a vedere, fino in fondo, l’impossibilità di restaurare la oramai disintegrata forma regolativa della società salariale (o di una equipollente) e che rischi di restare prigioniero di un nostalgico e malinconico desiderio di irrealizzabile rinnovamento delle forme istituzionali del moderno, centrate ancora sulla occupazione salariata. 

Un passo significativo del primo saggio presentato in Incertezze crescenti mi pare illuminante in proposito: «Ne Les métamorphoses de la question sociale – scrive Castel – ho sostenuto che il lavoro costituisce l’epicentro della questione sociale. Per dirlo in modo estremamente semplificato, una relazione stabile con il lavoro nella forma dello statuto dell’impiego fornisce la base per un’integrazione nella società, mentre invece rapporti penosi con il lavoro, come la disoccupazione e la permanente precarietà, rimettono in questione o impediscono l’accesso alle condizioni necessarie per avere un posto nella società ed essere riconosciuti come individui a tutti gli effetti» (Castel, 2015: 39). Castel è insomma alla ricerca di un nuovo compromesso tra capitale e lavoro, capace di domare le sempre più avide e imperanti ragioni del mercato, quello stesso mercato, aggiungo, che sotto le insegne feroci della “accumulazione” finanziaria ha spazzato via, senza a mio avviso poter più tornare indietro, la società salariale fondata sulla stabilità dell’occupazione e sulla redistribuzione pubblica di quote significative di ricchezza proprietaria, in cambio dell’accettazione della subordinazione produttiva e della delega delle decisioni strategiche. La speranza di Castel è stata in altre parole legata alla possibilità di invertire la rotta del capitalismo dall’interno, nel riportarne in seno istanze, potremmo dire, di ragionevolezza e di eticità. Ecco, qui secondo me, il sociologo francese non riesce a sfruttare fino in fondo la portata illuminante del metodo genealogico, metodo che tra l’altro caratterizza fortemente il suo lavoro, e non vede così con la chiarezza necessaria il sorgere di una condizione sociale ed economica nuova (e ancora tutta da determinarsi negli esiti) che non può essere più giocata e risolta all’interno dell’orizzonte, ma questo è davvero solo un mio parere, di una organizzazione sociale fondata sulla centralità del lavoro salariato e delle sue tradizionali istanze regolative.


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